L’esempio di uno che ce l’ha fatta a sfuggire alle tentazioni della strada inseguendo un pallone, a chi sta scontando il proprio debito con la società. C’è un ospite speciale tra i detenuti di Poggioreale, il tecnico del Napoli Antonio Conte. A pochi giorni dalla delicata sfida contro la Lazio al Maradona, il tecnico degli azzurri ha raccolto l’invito per partecipare all’iniziativa del progetto “Pensieri di libertà”, promosso dal dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli. Accolto da Giulia Russo (direttrice della Casa Circondariale), Carlo Berdini (provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria della Campania), Raffaele Picaro (direttore del dipartimento di Giurisprudenza della Vanvitelli e promotore dell’incontro con Giuliano Balbi), Mena Minafra (collaboratrice del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà in Campania) e Samuele Ciambriello (garante dei detenuti), il tecnico salentino ha parlato con i detenuti circa 50 minuti tenendo una vera e propria lezione di psicologia della vita.
Conte ricorda l’infanzia tra calcio e disciplina
L’allenatore del Napoli si è detto profondamente colpito dall’esperienza, richiamando la propria infanzia, quando da ragazzo seguiva il padre verso un campo di periferia per allenarsi assieme ad altri coetanei animati dalla stessa voglia di emergere, ma già esposti al richiamo di una strada che non sempre lascia spazio a seconde occasioni: “La mia è una famiglia di origini umili in cui si aveva il piatto a tavola, ma poco altro”.
Suo padre Cosimino, titolare di un autonoleggio, era il presidente nonché factotum della Juventina Lecce: “Il nostro campo era accanto ad un rione difficile di Lecce, quindi io ho conosciuto le difficoltà della strada e alcuni amici hanno sbagliato scegliendo altre strade – racconta -. Se facevo a botte per strada, le prendevo poi a casa. La mia carriera calcistica doveva andare di pari passo con i risultati scolastici. Pure dopo aver debuttato in Serie A, dovevo sottostare a delle regole ferree. Avevo già 16 anni, giocavo nel Lecce, ma la sera dovevo rientrare entro le 22.30. Mio padre mi ha sempre detto che dovevo essere da esempio e non un debosciato. Consentitemi una frase: tempi duri, uomini duri”.
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