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Il 2026 decisivo di Meloni, i paletti della Lega sulle spese militari

di Redazione Ilquotidianodinapoli.it
09/01/2026
in Politica, Primo Piano
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Il 2026 decisivo di Meloni, i paletti della Lega sulle spese militari

Sarà un anno da “la va o la spacca”, per dirla con il Financial Times. O “molto peggio” del già “tosto” 2025 come ha prospettato lei stessa. Il 2026 si preannuncia in ogni caso decisivo per Giorgia Meloni, a caccia del record di longevità per il suo governo e dello sprint per il bis a Palazzo Chigi. Destreggiandosi tra crisi internazionali e fibrillazioni interne alla sua maggioranza. Se ne intravedono già nuove avvisaglie sul fronte delle spese per la difesa, che si incrocia con le armi all’Ucraina. Lo mostra la prontezza delle puntualizzazioni della Lega, dopo la conferma di Giancarlo Giorgetti che per attivare la clausola di salvaguardia per le spese di difesa (12 miliardi in tre anni) servirà una richiesta di scostamento al Parlamento.
    La risposta del ministro dell’Economia ad un’interrogazione in Senato del M5s sulle fonti di finanziamento per l’aumento delle spese militari, si fa notare dal partito di Matteo Salvini, è solo una spiegazione tecnica della procedura, “dopo la conferma che si tratta di spese esterne al Patto di stabilità”. “A noi non piace ma questo è quello che l’Ue concede – chiarisce il senatore leghista Claudio Borghi -: se le spese addizionali consentite sono solo per la difesa, la nostra richiesta è che siano usate per la sicurezza interna e le forze dell’ordine nelle strade, non certo per mandare militari al fronte”. E comunque, aggiunge, “da qui a dire se voteremo o meno uno scostamento ce ne passa, ci sono tante cose da vedere”.     Un tema in più tra quelli che potrebbero essere sollevati nella classica conferenza stampa di Meloni organizzata dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti in collaborazione con l’Associazione della stampa parlamentare. La premier alla vigilia si è preparata ad affrontare le 40 domande (l’anno scorso rispose per due ore e mezza), in cui con ogni probabilità si spazierà dal blitz di Donald Trump in Venezuela alla sorte di Alberto Trentini, dagli sviluppi dei negoziati per risolvere la crisi ucraina alla legge elettorale, dal Mercosur al referendum sulla giustizia, passando per i temi economici.
    Secondo l’analisi del FT, in vista delle elezioni del 2027, Meloni “ha poco più di un anno per dimostrare di essere qualcosa di più di una prudente amministratrice dell’esistente, e di saper offrire soluzioni politiche concrete alle pressanti sfide economiche dell’Italia”. A Palazzo Chigi è cerchiata in rosso la data del 4 settembre, quando questo diventerà il governo più longevo della storia repubblicana, e si liquidano come fantasie le ricostruzioni sulle ipotesi di voto anticipato per sfruttare l’onda di una possibile vittoria del Sì al referendum sulla giustizia. Le variabili, però, non mancano. La principale è rappresentata dagli equilibri interni alla maggioranza.     Basti pensare alle tensioni di fine dicembre sulle pensioni, in coda all’approvazione della manovra, o quelle prima del varo del decreto per il sostegno all’Ucraina. Se il voto in Parlamento sullo scostamento è lontano – per le spese della difesa, anche nell’ottica degli impegni Nato, è “cruciale attendere gli esiti della stima del deficit del 2025 che l’Istat notificherà alla Commissione europea a marzo”, precisa Giorgetti -, il prossimo banco di prova sarà la risoluzione di maggioranza da votare in occasione delle comunicazioni sul decreto Ucraina del ministro della Difesa Guido Crosetto, giovedì prossimo in Senato. I capigruppo di centrodestra ancora non ci hanno messo mano, ma c’è da scommettere che servirà non poca diplomazia politica per far coesistere l’impegno ribadito da FdI e FI con le cautele leghiste sul sostegno militare a Kiev.     Intanto non è passata inosservata la scelta di Crosetto di commentare i dubbi di Trump sulla disponibilità della Nato ad aiutare gli Usa se ne avessero bisogno, rilanciando su X un post di ItalMilradar in cui si ricorda il tributo italiano in Afghanistan “in seguito alla richiesta degli Stati Uniti di invocare l’articolo 5 della Nato. In totale, 53 soldati italiani sono stati uccisi in Afghanistan e più di 700 sono rimasti feriti”.   

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