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Sanzioni Usa all’Iran, Italia secondo partner Ue: cosa rischiano le imprese

di Redazione Ilquotidianodinapoli.it
25/08/2026
in Economia Italiana
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Sanzioni Usa all’Iran, Italia secondo partner Ue: cosa rischiano le imprese

Washington prepara una stretta senza precedenti contro Teheran e avverte anche Paesi, banche e società che continueranno a sostenerne l’economia. L’Italia è il secondo partner commerciale dell’Iran nell’Ue, ma il rischio maggiore non è nei 579 milioni di scambi diretti: passa da pagamenti, energia, petrolio e Stretto di Hormuz.
Le nuove sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran possono arrivare molto più lontano di Teheran. Washington vuole colpire non soltanto l’economia iraniana, ma anche le società, le banche e gli intermediari che continueranno a garantire al Paese accesso al commercio e al sistema finanziario internazionale.
Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato quella che definisce la più grande operazione coordinata di isolamento economico mai realizzata e, nell’intervista alla CNBC, ha chiesto agli alleati di Washington di scegliere da che parte stare.
Il pacchetto dettagliato è atteso in serata italiana, ma per l’Italia c’è già un dato che rende la vicenda particolarmente interessante: nel 2025 è stata il secondo partner commerciale dell’Iran all’interno dell’Unione europea, dietro soltanto alla Germania.

Italia secondo partner Ue dell’Iran, ma quanto vale davvero
Nel 2025 gli scambi di beni tra Unione europea e Iran sono scesi a circa 3,7 miliardi di euro, con quasi 3 miliardi di esportazioni europee e circa 750 milioni di importazioni.

L’Italia rappresenta il 15,6% dell’interscambio Ue-Iran. Le imprese italiane hanno esportato verso Teheran merci per circa 447 milioni di euro e ne hanno importate per 132 milioni, per un totale di 579 milioni. Soltanto la Germania ha rapporti commerciali più consistenti.
Il dato, però, va letto correttamente. Essere il secondo partner europeo dell’Iran non significa che Teheran sia un mercato decisivo per l’Italia: i 447 milioni di export rappresentano circa lo 0,07% delle esportazioni italiane di merci del 2025. L’esposizione commerciale diretta è, quindi, limitata.
Ed è proprio qui che cambia la prospettiva: il rischio più rilevante non è quanto l’Italia vende direttamente all’Iran, ma quanto lontano Washington deciderà di estendere le proprie sanzioni.
Cosa sono le sanzioni secondarie e perché preoccupano le imprese
Gli Stati Uniti possono utilizzare le cosiddette sanzioni secondarie per colpire anche soggetti non americani che effettuano determinate operazioni con settori, società o istituzioni iraniane sottoposte a restrizioni.
Per una banca o un’azienda europea, quindi, la questione può diventare una scelta tra mantenere alcuni rapporti con l’Iran e preservare l’accesso al mercato e al sistema finanziario statunitense.
Le regole dell’Ofac prevedono che, nel valutare una transazione, il Tesoro americano possa considerare importo, frequenza, natura delle operazioni, consapevolezza della società coinvolta e collegamenti con soggetti iraniani sanzionati.
Non significa che ogni impresa italiana che commercia con l’Iran sarà automaticamente sanzionata. Il perimetro delle nuove misure sarà decisivo e dovrà essere verificato dopo l’annuncio di Washington.
Per le aziende europee c’è anche il nodo delle regole Ue
La situazione è più complessa perché Stati Uniti e Unione europea non applicano necessariamente lo stesso sistema di sanzioni.
Bruxelles dispone già di proprie misure contro Teheran, ma non riconosce in linea di principio l’applicazione extraterritoriale delle leggi di Paesi terzi. Per alcune sanzioni americane contro l’Iran esiste, infatti, il cosiddetto Blocking Statute europeo, pensato proprio per proteggere gli operatori Ue dagli effetti extraterritoriali delle norme statunitensi.
Per le imprese si apre, quindi, un problema non soltanto commerciale, ma anche di compliance, banche, assicurazioni e pagamenti internazionali. Ed è su questo fronte che le nuove decisioni americane potrebbero avere un impatto molto superiore ai 579 milioni di scambi diretti tra Italia e Iran.
Il rischio più grande per l’Italia resta il petrolio
C’è poi un secondo canale, molto più immediato: l’energia.
Il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz resta fortemente ridotto. Prima della guerra transitavano nell’area oltre 20 milioni di barili al giorno, circa un quinto dei consumi mondiali; nelle ultime settimane i flussi sono scesi drasticamente.
Il petrolio oggi sta correggendo dopo due settimane di rialzi, con il Brent intorno a 93 dollari al barile, ma il mercato resta condizionato dal rischio di nuove interruzioni delle forniture.
Per l’Italia un nuovo aumento stabile del greggio significherebbe maggiori costi per carburanti, trasporti e produzione industriale e potrebbe alimentare nuovamente l’inflazione.
È questo un rischio economico potenzialmente molto più grande della perdita del solo commercio diretto con Teheran.
La Cina è il vero test delle sanzioni Usa
Washington dovrà, però, affrontare soprattutto la Cina.
Pechino è di gran lunga il principale compratore di petrolio iraniano. Nel 2025 ne ha acquistato in media circa 1,4 milioni di barili al giorno. Le spedizioni sono già diminuite: secondo Kpler, Reuters stima circa 534 mila barili al giorno ad agosto, contro 823 mila a luglio.
Gli Stati Uniti hanno già sanzionato raffinerie e operatori cinesi più piccoli e hanno avvertito alcune grandi banche del rischio di sanzioni secondarie, ma finora hanno evitato lo scontro diretto con i principali istituti finanziari di Pechino.
La risposta cinese al nuovo pacchetto sarà, quindi, uno dei test decisivi. Se Pechino continuerà ad acquistare petrolio iraniano, Washington dovrà scegliere se estendere davvero la pressione anche a soggetti economicamente molto più importanti.
Cosa deve guardare ora l’Italia
Per l’Italia, quindi, i 579 milioni di euro di commercio con l’Iran sono solo la parte visibile della questione.
Tre elementi saranno più importanti: quali società e transazioni verranno incluse nelle nuove sanzioni americane; come reagiranno banche e imprese europee al rischio di misure secondarie; e soprattutto cosa accadrà al traffico nello Stretto di Hormuz e al prezzo del petrolio.
È questa la vera posta in gioco della nuova offensiva americana. L’Italia commercia direttamente poco con l’Iran, ma è molto più esposta alle conseguenze finanziarie ed energetiche di un suo ulteriore isolamento.

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