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Il terremoto del Friuli visto con gli occhi sorridenti di una bimba

di Redazione Ilquotidianodinapoli.it
03/05/2026
in Cultura
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Il terremoto del Friuli visto con gli occhi sorridenti di una bimba

(di Francesco De Filippo)
Non un libro bello, un libro
importante. Non per la profondità delle riflessioni o per la
lungimiranza della visionarietà, ma per l’originalità del punto
di vista e per la schiettezza con cui l’autrice mette in piazza
se stessa, il passato, la famiglia, i valori friulani (quelli
che la comunità custodisce a volte ancora troppo gelosamente).
   
In altre parole, il terremoto sì, nel suo cinquantesimo
anniversario, ma al quale è stata sottratta la tragicità ormai
diventata rito (non formalità) rilasciando la nettezza della
determinazione, l’onestà specchiata, la volontà di superare il
lutto e spingersi ancor più avanti. Con un pizzico di gioia,
quella che solo i bambini sanno lasciar germogliare dentro di
loro, a dispetto delle avversità.
   
Perché Paola Treppo, giornalista e scrittrice, bambina quel 6
maggio del 1976 che portò la devastazione – poi reiterata nel
settembre successivo – grazie anche ai genitori del terremoto
ricorda la libertà di andar per boschi senza controllo, il
calore della comunità costretta tutta in piccoli e condivisi
spazi, il divertimento tra le baracche, la simpatica stranezza
del dormire tutti in auto. Lì dove gli adulti vivevano una
disgrazia, i bambini scoprivano un mondo nuovo e avventuroso
secondo una consueta, apparente contraddizione generazionale.
   
Già la copertina del libro è una dicotomia: all’agghiacciante
titolo “E ven la fin dal mont!” (Viene la fine del mondo!), come
urlava nonna Felicita aggrappata a un palo della luce mentre la
terra si sconquassava sotto i suoi piedi, fa da contraltare la
foto della piccola Paola con la madre, sorridenti davanti a una
tenda da campo e i piedi nella neve. Anche le foto che corredano
il libro – familiari, intime – ritraggono le sorelline Renata e
Valentina, qualche amichetto, raggianti, felici.
   
Non è un caso se il volume è stato realizzato con il
contributo della Regione Friuli Venezia Giulia e proprio in
vista delle celebrazioni per il 50/o dell’Orcolat, il terremoto.
   
Si è abituati a uno spirito friulano un po’ ripiegato su se
stesso quando non sfumato di cupezza, caratterizzato dal
risparmio, dal riutilizzo, dal mettere al sicuro per non
rovinarli i giochi molto sofisticati e costosi donati ai bimbi
del sisma da chissà quale benefattore, oppure dal conservare
qualunque oggetto che possa un giorno tornare utile per
eventuali “situazioni di emergenza”. Uno spirito energico e
senza fronzoli che svolta in ruvidità.
   
Paola Treppo di questi caratteri prende il buono: bontà,
schiettezza, tenacia associandovi il sorriso che dà un colpo di
sole a questa terra e ai suoi abitanti. Un percorso anagrafico,
personale che corre dentro la crescita di una comunità che
davvero da quella tragedia che tutto azzerò, ha avuto la
capacità di rinascere, di trovare in se stessa una forza
insospettata, sospinta anche da un desiderio di riscatto
sociale. E che a distanza di tanti anni – 50 il 6 maggio
prossimo, appunto – non ha perduto il suo smalto: di fianco alle
aie con oche e galline svettano silenziosi capannoni industriali
all’avanguardia nei settori enologico, informatico, tecnologico.
   
Uno sviluppo all’interno di una società – quella italiana – in
rapido cambiamento. Treppo ricorda il gabinetto all’esterno
della casa, il Vicks, il portapane di metallo, le presine a
uncinetto da cucina bruciacchiate, le decalcomanie. Non è solo
il mondo di Plan di Paluz o di Tarcento, è il mondo dell’Italia
di qualche decennio fa; un mondo che non c’è più ma che lì, in
Friuli, ha lasciato non macerie, ma una eredità di valori.
   

   

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

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