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Carlo Cecchi, recitare per smascherare la finzione

di Redazione Ilquotidianodinapoli.it
24/01/2026
in Cultura
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Carlo Cecchi, recitare per smascherare la finzione

La fortuna di un attore-regista come Carlo Cecchi, scomparso oggi all’età di 87 anni, particolare e unica nel panorama del nostro teatro e anche nel cinema, l’hanno fatta, come sempre, alcune coincidenze e soprattutto alcuni incontri, da Eduardo a Elsa Morante, oltre al fatto di essere stato poco considerato quando studiò e si diplomò all’Accademia Silvio D’Amico all’inizio degli anni Sessanta: ”Non ero adatto a quel teatro cui si veniva preparati a quel tempo, nell’altro secolo e che oggi magari potremmo anche rimpiangere, e io stesso non mi ci ritrovavo – racconta – Ma volendo fare teatro e fare l’attore, che era la mia vocazione, come si diceva allora, ebbi la fortuna che, frequentando l’università a Napoli, entrai in contato con un teatro diverso, quello di tradizione, popolare, di cui Eduardo era la punta suprema e con cui ho avuto la fortuna di lavorare, e poi scoprii il Living Theatre: da questi due incontri, dal loro paradossale accostamento, che era anche conflittuale, è nata la mia vicenda artistica, se proprio devo ricostruirla provando a fare il critico di me stesso. Il living fu uno shock, mi sembrò rappresentasse il disordine degli anni ’60 ”.     Allora ecco quel suo particolare, personalissimo recitare seriamente e contemporaneamente negarlo quasi ironizzandoci su, quell’immedesimarsi e essere sempre cosciente e critico, quel suo credere nella vitalità dell’arte che sta esercitando, ma proprio per questo, pirandellianamente, temendo di dargli forma e con ciò di raggelarla, ci mostra questa sua cocente contraddittorietà con cui ci conquista. E’ l’attore che recitando, con amarezza e crudeltà, potremmo dire che rivela la sofferenza di chi sta sperimentando l’impossibilità di recitare, di chi sta smascherando la finzione. E si veda, per esempio, il suo modo di stare in scena nei panni del regista di un classico proprio come ‘Sei personaggi in cerca d’autore’. Un allestimento ironico, intellettuale, straniante e insofferente anche in riferimento a Pirandello, la cui voce fa arrivare dall’alto, quasi a invocare il dissidio ”Realtà! Finzione!”. Una lettura stringata, veloce, in due atti, sorprendente per lo sberleffo ironico, per l’esaltazione dell’aspetto farsesco del vieto dramma borghese della famiglia di ‘personaggi’ che irrompono su un palcoscenico, tra attori che stanno provando un loro spettacolo.     Cecchi, caso particolare di fiorentino napoletanizzato, si sentiva non un attore in lingua, ma ”uno che vive il linguaggio dell’attore, che è totale, è lo stare in scena, fisico e verbale, e prevede l’improvvisazione. Leggevo molto, si seguivano i grandi registi della prima metà del ‘900, prima che la regia diventasse un’Istituzione, scoprivo i russi e quella recitazione che era all’opposto del ‘come se’ naturalistico.     Lavorando su tutto questo, poi il passaggio alla regia arrivò naturale e necessario, col consiglio di Elsa Morante che mi spinse a fare un teatro mio”.     Ecco quindi che Pirandello diventa come si è visto esemplare, affrontato da ”L’uomo, la bestia e la virtù” di oltre trent’anni fa al recente ”Enrico IV”, ma passando negli anni attraverso una varietà di testi e autori, da Majakovski a Buchner, da Shakespeare a Pinter, Bernhard e Beckett.     Quest’ultimo diceva di averlo scoperto tardi, nel 1995 con ”Finale di partita”, ma sosteneva che lo aveva molto influenzato ”indirettamente, involontariamente, perché era nell’aria e non si poteva prescindere da lui, visto che ha fatto piazza pulita definitivamente di ogni naturalismo”.     Sono infiniti gli spettacoli che segnano la sua vita, ma vanno ricordati, oltre gli omaggi a Eduardo, che tra l’altro lo spinse a affrontare lo Sciosciammocca di Scarpetta, almeno alcuni Moliere, dal ‘Don Giovanni’ a ‘Il misantropo’, allestimenti essenziali basati sulla forza della parola, con le traduzioni di Cesare Garboli, quasi manifesti per esprimere una valore etico, politico, per esempio smascherando l’ipocrisia con al figura di Alceste. Accadrà lo stesso con i testi di Bernhard giocati sulla musicalità, la sonorità del testo, per Cecchi sempre valori essenziali, e sottolineando così la carica sarcastica delle invettive dell’autore austriaco. Attore di grande e raffinata cultura, nel suo particolare approccio non c’è intento scandalistico o provocatorio, ma un tentativo di conoscenza dal di dentro per coinvolgere il pubblico quasi più intellettualmente che emotivamente. Riflettendo su questo e il lavoro del regista, aggiunge qualcosa che ci fa capire il suo lavoro: ”Purtroppo la lingua italiana è poco attrezzata per il teatro, così si rischia di prendere un testo e caricarlo di significati dall’esterno.     Pensiamo ai grandi classici, che ne hanno di propri e infiniti.     Allora quel che conta è il play-il teatro, la tragedia o la commedia che sto giocando e che si rivela attraverso questo gioco, quella che recito e fingo, altrimenti è una noia mortale: io e gli spettatori siamo contemporanei e se lo spettacolo riesce a esserlo anche lui, in questo è la sua valenza politica intrinseca, al di là di categorie o argomenti specifici che finirebbero per ammazzare tutto. Si fa sempre una lavoro critico, i miei ‘Sei personaggi’ sono un saggio sui ‘Sei personaggi”’.     Cecchi lo sostiene con la ragione e la passione, perché per lui il teatro è sempre vivo, fatto da persone vive, pur se questo, ricordava, “non è per le scene un periodo certo felice.     Le sovvenzioni, i tagli, hanno appiattito tutto, andrebbe riformato il sistema, che oggi si basa sul trionfo di estenuanti tournee. Dovrebbero trionfare invece il lavoro, i progetti”.     Questo con la certezza che Il teatro è rimasto l’unico luogo che resiste alla rete, a internet, perché ”solo l’immaginazione aiuta a scoprire il lato nascosto della realtà”.    

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

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