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Biennale Arte 2026: ‘In Minor Key’, l’arte come ascolto radicale

di Redazione Ilquotidianodinapoli.it
26/02/2026
in Cultura
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Biennale Arte 2026: ‘In Minor Key’, l’arte come ascolto radicale

Con un percorso tra ‘processioni’, giardini, oasi e scuole d’arte, celebrando relazioni, umanità e meraviglia, la 61esima Biennale Arte 2026 si presenta come un grande esercizio di ascolto. Con il titolo “In Minor Keys”, la 61esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia sceglie la “tonalità minore” come postura etica ed estetica: niente fanfare, nessuna retorica muscolare, ma frequenze basse, vibrazioni sottili, poesia e improvvisazione come varchi verso “l’altrove e l’altrimenti”. È una Biennale che privilegia l’intensità alla spettacolarità, la relazione all’oggetto, la coralità alla firma. Al centro, 111 artisti e collettivi selezionati secondo un criterio di risonanze e convergenze più che di appartenenze geografiche o generazionali. Un’orchestrazione che trasforma la mostra in una costellazione di pratiche capaci di attivare comunità, memoria e immaginazione politica, in un mondo attraversato da tensioni e violenze.

La 61esima edizione, aperta al pubblico dal 9 maggio al 22 novembre 2026, resterà nella storia anche per una circostanza eccezionale: la scomparsa improvvisa della sua curatrice, Koyo Kouoh, avvenuta durante la preparazione della Mostra, nel maggio 2025. È la prima volta, nei 131 anni della rassegna fondata nel 1895, che una Biennale Arte viene realizzata portando a compimento la visione di una curatrice non più in vita.Per garantire la coerenza del progetto, Kouoh aveva designato una squadra di fiducia: i curatori Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Helene Pereira e Rasha Salti; il critico Siddhartha Mitter, responsabile dei materiali editoriali; e Rory Tsapayi come assistente. Un gruppo internazionale che ha lavorato tra Europa, Africa e Stati Uniti, alternando incontri in presenza e coordinamento a distanza, per trasformare testi, appunti e conversazioni in una partitura espositiva compiuta. Il team curatoriale è stato presentato oggi a Ca’ Giustinian da Maria Cristiana Costanzo, responsabile della comunicazione della Biennale Arte, della Biennale Architettura e dell’Archivio Storico, insieme al presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco. L’annuncio ufficiale dei 111 partecipanti conferma la cifra della Biennale: non una mappa di nazionalità, ma una trama di relazioni. Kouoh ha privilegiato pratiche che dialogano tra loro per affinità sotterranee, tensioni comuni, convergenze inattese. È un modo di costruire la mostra che si sottrae alla logica dell’evento e scommette sulla densità del processo.Storicamente, la Biennale Arte funziona come una bussola del contemporaneo: una mostra principale affidata a un curatore e una costellazione di padiglioni nazionali autonomi. Nel testo teorico che accompagna la mostra, Kouoh descrive le “minor keys” come un rifiuto del “clamore orchestrale” e delle “marce militari”, scegliendo invece toni quieti e registri bassi. Tra le sue fonti compaiono Édouard Glissant, Toni Morrison e Patrick Chamoiseau: pensatori e scrittori che hanno fatto della relazione, della creolizzazione e della memoria strumenti di emancipazione. La Biennale Arte 2026 invita dunque a un ascolto che coinvolge le emozioni e le sostiene. Non è un caso che l’impianto curatoriale prediliga installazioni immersive, ambienti multisensoriali, pratiche performative capaci di attivare il corpo e la comunità. L’arte non è più solo oggetto da contemplare, ma esperienza da attraversare, secondo la riflessione teorica di Kouoh.Il progetto si articola attorno a nuclei tematici che funzionano come movimenti di una stessa composizione. “Are” (Shrines) rende omaggio a due figure chiave: Issa Samb e Beverly Buchanan. Entrambi hanno privilegiato la forza generativa dell’arte rispetto alla monumentalità, lavorando sulla memoria dei luoghi e sulla dimensione comunitaria della creazione. Altri motivi attraversano la mostra: le “processioni” ispirate ai raduni afro-atlantici, dove il pubblico è chiamato a muoversi e non solo a osservare; le “oasi” come spazi di riposo e contemplazione; le “scuole” intese come ecosistemi di apprendimento autonomo e responsabilità sociale. È una Biennale che pensa l’arte come infrastruttura culturale, come pratica condivisa e trasformativa.Le ultime edizioni, curate da Cecilia Alemani nel 2022 e Adriano Pedrosa nel 2024, avevano già messo in discussione la dittatura dell’attualità, riportando al centro artisti del passato spesso marginalizzati. Kouoh prosegue questo dialogo tra tempi diversi, ma lo declina in chiave relazionale: la memoria non come archivio statico, bensì come vibrazione che attraversa il presente. In un panorama globale segnato da conflitti e polarizzazioni, “In Minor Keys” propone una politica dell’attenzione. Lontana dall’enfasi e dall’effetto, la Biennale 2026 scommette sulla capacità dell’arte di generare comunità, di aprire spazi di cura e di immaginazione.Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, ha definito “In Minor Keys” una Mostra “permeata di spirito e di sacralità, che rimette al centro la persona e ritrova il senso dello stare al mondo”. Secondo Buttafuoco, la visione di Kouoh rappresenta un ritorno all’essenziale: alla misura umana, al rapporto con la terra e con il cielo, a ciò che non deve essere spiegato ma intuito. Nel suo intervento, Buttafuoco ha sottolineato come questa Biennale giunga “dalla dinamo dell’Africa”, portando un sussurro capace di ricondurre all’umiltà del gesto creativo e al valore delle relazioni nate nei cortili, nei quartieri, nelle comunità. Non un’arte monumentale, ma u’arte che cresce come seme, che germina attraverso l’incontro. (di Paolo Martini)

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