La Banca centrale europea si è riunita ieri 19 marzo per decidere come fissare i tassi di interesse sui depositi e sui rifinanziamenti, che determinano il costo del denaro nell’Eurozona. L’atteggiamento che ha prevalso nel consiglio direttivo è l’attendismo, con tassi fermi e monitoraggio costante della situazione.
Nella successiva conferenza stampa, la presidente della Bce Christine Lagarde ha però spiegato che i dati a disposizione dell’Eurotower non includevano gli effetti della guerra in Medio Oriente. Se il conflitto, e la conseguente crisi petrolifera, dovesse continuare, non sono escluse restrizioni alla politica monetaria europea, una prospettiva non particolarmente positiva per l’Italia.
Cosa ha deciso la Bce
La Bce ha quindi deciso di lasciare per il momento i tassi di deposito al 2%, quelli di rifinanziamento al 2,15% e quelli overnight al 2,40%. Una decisione attesa dagli analisti, visto che i dati dell’inflazione di febbraio hanno segnalato una ripresa dei prezzi, dopo il calo di gennaio, che aveva addirittura fatto ipotizzare un possibile nuovo taglio.
Da allora però la situazione è cambiata radicalmente, come indicano le previsioni economiche della Bce, che prendono in considerazione gli effetti della guerra in Medio Oriente:
l’inflazione nell’Eurozona dovrebbe arrivare al 2,6% nel 2026;
la crescita economica dovrebbe ridursi allo 0,9%, dalle previsioni dell’1,2% di dicembre.
Le prospettive della Bce
Lo scenario non è dei più ottimisti, ma la guerra in Medio Oriente rende inevitabili questo tipo di revisioni. Secondo la Bce:
Il conflitto ha reso le prospettive significativamente più incerte, generando rischi al rialzo per l’inflazione e rischi al ribasso per la crescita economica. Il conflitto avrà un impatto rilevante sull’inflazione a breve termine tramite i rincari dei beni energetici.
Quello incluso nelle nuove previsioni non è nemmeno lo scenario più pessimista. Come specificato dai comunicati dell’Eurotower, infatti:
Un’interruzione prolungata delle forniture di petrolio e gas comporterebbe un’inflazione più alta e una crescita più bassa rispetto allo scenario di base delle proiezioni. Le variazioni dell’inflazione dipendono in misura determinante dall’entità degli effetti indiretti e di secondo impatto di uno shock energetico più forte e persistente.
Perché una stretta monetaria non conviene all’Italia
La Bce non ha inoltre escluso un futuro intervento. Gli analisti prevedono due strette sulla politica monetaria nel 2026, specialmente se la guerra dovesse impattare ancora i costi dell’energia. Questa prospettiva non è positiva per l’Italia. L’aumento dei tassi di interesse viene deciso per fermare un eccesso di inflazione. I maggiori interessi sui prestiti rallentano l’economia, gli investimenti e le spese, limitando la domanda e quindi i prezzi.
L’economia italiana, al momento, è però caratterizzata da un’inflazione e una crescita già basse:
nel terzo trimestre del 2025 il Pil è cresciuto solo dello 0,3%;
l’inflazione a febbraio era ampiamente sotto controllo all’1,6%.
Nel 2026 inoltre finiranno buona parte dei progetti del Pnrr, che hanno aiutato la crescita italiana negli ultimi anni. Una stretta monetaria non avrebbe particolari effetti positivi sui prezzi, che sono già sotto controllo, ma interverrebbe limitando la crescita già bassa, con il rischio di una riduzione dell’aumento del Pil, previsto dal Governo tra lo 0,6% e l’1%.










